Per una necessaria decostruzione delle isole di calore
Giorgio Punzo Università degli Studi di Napoli Federico II È sufficiente patteggiare con i tecnologi le disposizioni di edifici e facciate o i valori di riflettanza dei rivestimenti per affrontare il tema delle isole di calore urbano dal punto di vista compositivo? È sensato perseverare con il paradigma architettonico e culturale che ci ha condotti alla condizione attuale, contrattando con gli urbanisti le percentuali di verde e di ombreggiamento degli spazi pubblici o la presenza della vegetazione in terrazze e coperture? Siamo certi, di fronte a una crisi climatica, culturale e ambientale senza precedenti, che la città possa ancora essere disegnata come spazio dell’uomo per l’uomo?
L’architettura tradizionale è caratterizzata da un apparato formale costruito in apposita contrapposizione alla morfologia e alla fisiologia di ciò che è stato relegato fuori dai confini urbani e che oggi torna a bussare con forza. Sono gli stessi eventi climatici estremi — più che l’armamentario di accorgimenti tecnici atti a farvi fronte — a incrinare la concezione di città come dominio separato e autonomo, inattaccabile dal mondo “esterno”, calcificata nel tempo sotto forma di un linguaggio che celebra la purezza del mondo antropico e antropocentrico.
Ancora barricati dietro le eterne, indistruttibili e illusorie stereometrie delle architetture classiche, neoclassiche e moderne, osserviamo gli tsunami che devastano le coste e i tornado che strappano le curtain wall e ci chiediamo se non sarebbe il caso, prima ancora di pensare alle soluzioni tecniche — per le quali non occorre essere specialisti in composizione architettonica — di ripensare il senso e il portato culturale delle scelte compositive.
Non è proprio questo il cuore della composizione architettonica? Non è la produzione di simboli, di monumenti all’uomo e ai suoi valori, il ruolo che da sempre riveste l’architettura come motore culturale? E dunque, anzitutto attraverso l’architettura e le sue figure, non sarebbe ora di mettere in discussione un modello giunto a fine corsa?
Non si vuole con questo scritto lanciare manifesti, ma porre una questione che oggi appare forte e chiara, così come quarant’anni fa appariva evidente che l’insana voracità della società capitalista — ultimo stadio della società occidentale — non potesse trovare nell’architetto un connivente costruttore di solenni monumenti alla forza, al rigore e alla stabilità, ma, come si conviene a ogni intellettuale, un disvelatore delle idiosincrasie e della intrinseca instabilità di quella società, di cui le isole di calore urbano altro non sono che il risultato finale.