Oltre il limite: l’ibridazione spaziale come strategia di adattamento climatico dello spazio pubblico.
Dispositivi e paradigmi progettuali per la mitigazione dell’isola di calore urbana
Matteo Staltari
Università Roma Tre
Le città, luoghi che gli “esseri urbani” (Latour, 2022) hanno eletto a proprio habitat, mostrano oggi tutta l’insostenibilità del nostro modo di abitare il Pianeta. Esse sono al tempo stesso “responsabili” e “vittime”: contribuiscono in larga parte alle emissioni di gas climalteranti (ONU, 2023), e sono i luoghi in cui gli effetti del cambiamento climatico sono esacerbati da fenomeni microclimatici locali, tra cui l’isola di calore.
L’Architettura, disciplina che concorre a dare forma alla città, si confronta con l’urgenza di trovare riferimenti chiari, sia teorici che operativi, capaci di orientarla verso nuove forme di utilità. In questo scenario lo spazio pubblico, «dispositivo in grado di tradurre in spazio il significato delle trasformazioni in corso» (Montuori et alii, 2024, p. 140) ma che da tempo è relegato a un ruolo marginale (Secchi, 1993), appare come il contesto privilegiato entro cui il Progetto può ritrovare centralità.
La marginalizzazione dello spazio pubblico, aggravata oggi da condizioni climatiche che ne compromettono l’abitabilità, è particolarmente problematica: da un lato si assiste alla perdita della sua funzione di luogo di relazione collettiva; dall’altra emerge sempre più la tendenza delle persone a rifugiarsi in edifici energivori, in cui la standardizzazione delle condizioni ambientali interne – oltre a contribuire alle emissioni di gas serra – è all’origine della profonda cesura tra i “pieni” e i “vuoti” urbani (Roesler, 2022).
Da queste considerazioni prende forma l’ipotesi che è alla base del contributo: superare la rigida dicotomia interno–esterno, attraverso processi di “ibridazione” spaziale che rendono il limite una condizione dialettica, può configurarsi come paradigma progettuale per l’adattamento climatico e la mitigazione dell’isola di calore urbana?
Si intende, pertanto, prendere in esame alcuni dispositivi, quali pergole e “soglie” (Hertzberger, 2005), capaci di generare spazi non chiaramente riconducibili né all’interno né all’aperto, e per i quali risulta complessa una classificazione univoca (Pone, 2019). Si verifica poi – attraverso l’analisi di casi emblematici – come questa ambiguità spaziale si dimostri non solo un’efficace strategia di adattamento climatico, ma anche come condizione di densificazione semantica che permette a tali spazi di favorire le relazioni sociali, restituendo al “benessere ambientale” una dimensione non riducibile a parametri prestazionali, ma intimamente connessa alla qualità complessiva del Progetto di Architettura.
Bibliografia
Hertzberger, H. (2005), Lessons for Students in Architecture. Rotterdam: 010 Publishers.
Latour, B. (2022), Dove sono? Lezioni di filosofia per un pianeta che cambia. Torino: Einaudi.
Montuori, L., Converso, S., Rabazo Martín, M. (2024), “Spazi pubblici della transizione energetica – Un progetto a Nepi per il New European Bauhaus”, in Agathón | International Journal of Architecture, Art and Design, vol. 15, pp. 138–147. Disponibile al: doi.org/10.19229/2464-9309/15102024 (accesso: 28 settembre 2024).
ONU (2023), What is Goal 11 – Sustainable cities? Disponibile al: www.un.org/sustainabledevelopment/wp-content/uploads/2023/09/Goal-11_Fast-Facts.pdf (accesso: 9 febbraio 2025).
Pone, M. (2019), Architetture devianti: il potenziale infrastrutturale dell’architettura, tesi di dottorato. Disponibile al: arcadia.sba.uniroma3.it/handle/2307/40720 (accesso: 31 marzo 2025).
Roesler, S. (2022), City, Climate and Architecture: A Theory of Collective Practice. Berlino / Boston: Birkhäuser.
Secchi, B. (1993), “L’urbanistica di spazi aperti”, in Casabella, nn. 597–598, pp. 5–8.